21
Jul
2016
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L’ipocrisia e le maschere pirandelliane

Di solito, non commento mai pubblicamente ciò che succede nel mondo, a meno che non sia un tema leggero o una notizia curiosa. Non mi piace il dolore, non sono capace di cercare parole forbite nell’inutile tentativo di sminuire la portata della sofferenza. O si fa qualcosa di concreto per superarlo, se possibile, oppure ritengo inutile sciorinare frasi di circostanza che servono per tranquillizzare la nostra coscienza, per essere certi di provare pietà e commiserazione, per dimostrare a noi stessi che siamo ancora esseri umani dotati di una sensibilità, che di solito è fin troppo nascosta.

Non è che io sia troppo dura o arida. Anzi, il dolore mi tocca in maniera quasi incontrollabile, mi colpisce nel profondo e incide ferite nel cuore, nella mente e nell’anima con i suoi artigli spietati. Mi sorprende con la sua crudeltà, quando meno me lo aspetto,  e nei modi più strani e ingegnosi. Lo guardo impotente mentre si diverte col destino a tessere trame che nessuno è in grado di disfare o anche solo modificare. Non posso fare altro che esserne vittima e farmi plasmare dalla sua perfidia, che annienta il mio entusiasmo e anche il mio estro creativo, mettendo perfino in discussione le priorità di essere umano, mostrandomi ogni volta punti di vista diversi da quelli che ho contemplato e facendomi riflettere sul senso della vita, rimettendo in discussione ogni certezza. Devastante, acuto e lancinante. Più o meno lontano, più o meno grave, ma sempre dolore.

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Per questo, non condivido le manifestazioni aperte e plateali, le commiserazioni dettate da un senso del dolore che è piuttosto un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo,  della serie: “meno male che stavolta non è capitato a me!” E giù con espressioni di cordoglio per le vittime, di sdegno per un omicidio efferato, di condanna incondizionata per gli autori di un attentato, in una specie di gara a chi più alza la voce per rivendicare valori, legalità, democrazia e libertà. Lo stesso vale per gli elogi, i complimenti, le lodi forzate, i commenti originali e le felicitazioni per eventi importanti. Rabbia che si trasforma in odio da una parte; gioia che diventa invidia dall’altra.

Tutto bello e condivisibile, se non fossero solo parole, parole per crearsi un’immagine che corrisponda perfettamente a quello che gli altri si aspettano da voi. Complicato? No! Se non mi credete, allora perché mentre guidate nessuno vi dà la precedenza e se provate a usare il clacson per farlo presente, come minimo vi mandano a quel paese? Come mai se qualcuno vi urta sul marciapiedi neanche si volta per chiedere scusa? Come mai se fate una domanda, spesso viene risposto in maniera sgarbata? Come mai vi parlano alle spalle e vi invidiano, anche se non avete fatto niente di male e vi limitate ad andare per la vostra strada? Come mai se siete sempre sorridenti e gentili, anche se avete la morte nel cuore, vi prendono per sciocchi? E come mai nessuno si assume le proprie responsabilità, incolpando sempre qualcun altro, ad esempio ‘la società’? E ancora, come mai si cede volentieri ai luoghi comuni, per cui il delinquente deve sempre essere extracomunitario, le donne devono essere sempre ‘facili’, gli omosessuali dei deviati gravemente malati, il musulmano sempre estremista e kamikaze?

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Luigi Pirandello, il grande drammaturgo, scrittore e poeta del ‘900, riteneva che ciascuno di noi non può mai essere se stesso, perché è condizionato dall’ambiente e dalle persone che lo circondano senza che se ne accorga e, soprattutto, senza che possa fare altrimenti. Ognuno di noi è quindi costretto dalle circostanze a indossare una maschera, diversa a seconda delle occasioni, per rispondere a ciò che gli altri si aspettano da noi. In questo modo, nessuno conosce il proprio vero io, perché è centomila persone contemporaneamente, anche se vorrebbe essere uno, mentre in realtà è nessuno, proprio come nell’opera Uno, nessuno, centomila. Secondo Pirandello, l’individuo può reagire a questo conflitto in modo passivo, cioè accetta la propria maschera, dopo aver provato a cercare di essere ciò che credeva di voler essere, oppure dopo che gli altri hanno provato a cambiare la sua maschera. Vive infelice ma è troppo debole per cambiare la sua situazione, come ne Il fu Mattia Pascal. Altri individui invece reagiscono in maniera ironica e umoristica: non si rassegnano alla maschera ma accettano il loro ruolo, cercando se mai di trarne un vantaggio, come ad esempio ne La patente. Oppure, c’è una reazione drammatica: quando l’uomo si accorge del relativismo e capisce che l’immagine che aveva sempre avuto di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui tenta in ogni modo di cogliere questo lato inaccessibile del suo io. Vuole strapparsi la maschera, ma non ci riesce e dunque, se è così che il mondo lo vuole, egli sarà così, fino alle estreme conseguenze, fino a rimanere solo insieme al proprio dramma, che sfocerà nella pazzia o nel suicidio, come in Enrico IV e Sei personaggi in cerca d’autore.

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L’attualità di questa teoria pirandelliana, a distanza di un secolo, è impressionante. Infatti, quanti ‘io’ siamo ogni giorno? Al lavoro abbiamo una maschera, in famiglia un’altra, con gli amici un’altra, con i vicini un’altra, per non parlare poi dello strapotere dei social. Immagini spettacolari, frasi ad effetto, interventi ‘fuori dal coro’ per mostrarsi all’altezza degli altri, per non essere da meno in un selfie, per mettere bocca ad ogni costo nel tema del giorno, per ostentare ciò che vorremmo essere… Cosa si nasconde in realtà dietro a questo bisogno ossessivo di apparire, al punto tale da cambiare maschera ogni secondo per tentare di adeguarsi a ogni singola circostanza? Solitudine, una profonda solitudine, accompagnata spesso dal senso di frustrazione per non essere ciò che avremmo voluto essere; e poi, senso di inadeguatezza nei confronti degli altri, che appaiono sempre belli, perfetti, magri, all’ultima moda, che usano i termini più in voga e sanno intrattenere in modo piacevole; e anche una vita reale avara di soddisfazioni, che non è piacevole da accettare; il desiderio di sentirsi importanti e ricercati, digitando freneticamente su una tastiera e, attraverso nick, potersi finalmente esprimere come avremmo sempre voluto, senza più limiti, paure, incertezze, anzi, lasciando uscire il lato più selvaggio e nascosto!

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Per questo, maschera e ipocrisia si fondono in un tutt’uno, per dare sfogo agli istinti più bassi e alle aspirazioni più alte, in una sorta di assurda gara a chi più millanta capacità che non ha e rivendica ruoli che non gli appartengono, protetto dalle infinite maschere che si adattano ad ogni occasione. Per questo, non mi piace apparire, non mi piace sputare sentenze per avere più followers, non mi piace intervenire in discussioni social per ostentare delle conoscenze e delle competenze che non ho. E non mi piace apparire simpatica ad ogni costo, oppure compassionevole, democratica, solidale, scettica, scandalizzata, euforica o partecipe, ma voglio essere semplicemente me stessa. Almeno ci provo, a dispetto delle maschere che mi vengono imposte ad ogni costo, pur di essere coerente con i miei principi ed evitare l’ipocrisia. Sempre.

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