15
Jan
2016
1

L’arte d’insegnare

Leggendo il titolo vi sarete chiesti come mai ho accostato la parola ‘arte’ a ‘insegnare’. Potrà sembrarvi un’esagerazione, ma se vi fermate con me a riflettere per qualche minuto, vi convincerete che non lo è.

Innanzi tutto, chi è l’insegnante e cosa fa? Sfatiamo il luogo comune del dipendente statale che gode di quasi quattro mesi di ferie all’anno e se la prende comoda. In realtà, l’insegnante è colui che trascorre con i nostri figli più tempo che con i genitori. Quindi, li vede crescere e maturare al di fuori dell’ambiente della famiglia. In particolare, le maestre, che stanno a stretto contatto con loro nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria.

images2

Ricordo ancora il profumo e il sorriso della mia maestra, che sapeva essere dolce e affettuosa, ma anche severa e inflessibile. I suoi insegnamenti sono stati fondamentali per la mia formazione, al di là delle nozioni e delle materie. Prima di tutto, lei ci educava al rispetto di sé e dell’altro, ci insegnava cosa fare e come era meglio farlo. Alimentava lo spirito di gruppo, la collaborazione, il senso della comunità. Additava i comportamenti scorretti spiegando il perché – se erano pericolosi o segnali di maleducazione – e si proponeva di abolirli, con l’aiuto degli altri bambini. Infatti, eravamo noi piccoli che dovevamo essere in grado di riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, imparando così a correggere noi stessi e gli altri. Il rapporto con lei diventò talmente stretto e il legame tanto forte, che spesso la chiamavamo ‘mamma’ e ci sentivamo tristi quando la domenica non andavamo a scuola. La mattina, puntualmente, la aspettavamo dentro al cancello e quando lei arrivava con l’auto le andavamo incontro, spesso facendola infuriare perché aveva paura di investirci. Poi, le saltavamo addosso, le davamo un bacino e un abbraccio, mentre lei lentamente si avviava verso la classe con noi intorno, come una chioccia con i pulcini. Ci chiedeva come era andata la giornata precedente e ci dava le sue caramelline alla liquirizia, che a lei servivano per la voce, mentre per noi erano un dolce regalo. Poi, con la sua voce morbida ma decisa, iniziava la lezione, o leggendo un testo, dopo averci sistemati in cerchio intorno a lei, oppure spiegando nuovi argomenti o facendo domande, senza imporre mai nulla, lasciandoci liberi di esprimere le nostre opinioni e le nostre idee, facendoci sentire importanti.

Nonostante il ‘lei’ fosse d’obbligo, la distanza tra noi era molto ridotta. La maestra era non solo colei che insegnava italiano, storia, geografia, matematica… Era una persona con cui confidarsi, alla quale confessare paure e difficoltà, con la quale condividere gioie e dolori, alla quale chiedere spiegazioni sui comportamenti degli adulti e affrontare i temi ‘grandi’, come le guerre, le catastrofi naturali, le malattie. Il suo lavoro andava ben al di là delle semplici nozioni. Aveva imparato a conoscere i pregi e i difetti di ciascuno di noi e ogni giorno si impegnava per coltivare i primi e per correggere i secondi, facendo di noi, senza che neanche ce ne accorgessimo, delle persone mature, responsabili e consapevoli dei nostri limiti e delle nostre capacità. Tutto questo senza mai imporre regole o diktat, se non il rispetto.

images

Al mondo d’oggi, con l’uso delle tecnologie, con la revisione dei programmi ministeriali e l’adeguamento ai sistemi educativi internazionali, l’insegnante ha dei tempi ristretti per concludere il programma e il percorso scolastico diventa una grande corsa per raggiungere gli obiettivi finali prefissati da un regolamento standardizzato. A scapito dell’approfondimento dei rapporti umani, della riflessione sui temi trattati, delle esigenze dei singoli bambini. I quali, dal canto loro, si ritrovano costretti a ritmi frenetici, senza avere il sacrosanto diritto allo svago e alla libertà di esprimersi come si dovrebbe alla loro età. Se poi aggiungiamo le prove finali, le valutazioni sugli insegnanti e altre trafile burocratiche, agli insegnanti resta ben poco tempo per ‘socializzare’.

In realtà, a mio parere – e secondo la mia esperienza personale come alunna, come insegnante e come mamma – il fattore determinante, quello che fa la differenza, ora come qualche anno fa, è la PERSONALITA’ dell’insegnante. Infatti, anche quando ero piccola io, non tutte le maestre erano come la mia, dato che ce n’erano di scorbutiche, di menefreghiste e, per la maggior parte, fredde e severe. Da sempre, insegnare non significa preparare una lezione o un compito da proporre agli alunni per dare una valutazione oggettiva da scrivere in pagella per classificare un individuo alla stregua di una specie animale. Insegnare significa imbastire un rapporto complesso tra un adulto già formato e un bambino in via di formazione. Sull’insegnante pesa la responsabilità non solo di educare al posto dei genitori, ma anche di dialogare, di comprendere, di instaurare una complicità in cui il gioco e lo scherzo si alternino ai momenti di studio e di lavoro. Deve guadagnarsi la FIDUCIA dei bambini, che hanno nell’insegnante un punto di riferimento, non solo per imparare le varie materie, ma soprattutto nel modo di relazionarsi con gli altri, di stabilire un rapporto di stima reciproca e, sì, anche di affetto.

Qualche tempo fa, parlavo con un’insegnante che si chiedeva come sia possibile che tante persone si improvvisino insegnanti, quando non hanno di meglio da fare. Giustamente, lei osservava che occorre una preparazione adeguata, non solo a livello teorico, ma soprattutto pratico. Oltre a una buona dose di psicologia, ci vuole esperienza, pazienza, buona volontà e PASSIONE, perché insegnare deve essere un’ARTE, qualcosa che nasce da dentro. Come un pittore vede la realtà, la percepisce attraverso la sua particolare sensibilità e la rielabora nella tela, mostrando allo spettatore aspetti e dettagli altrimenti sconosciuti, così anche l’insegnante deve essere in grado di percepire le singole realtà dei bambini e cercare di venire incontro a ciascuno di essi. Non è facile, affatto. E non è detto che sempre si riesca, specie laddove la famiglia e la scuola danno indicazioni diverse al piccolo. Inoltre, si devono accettare errori e incomprensioni, e si deve lottare per aggiustare il tiro. Ciò che deve essere messo in primo piano ad ogni costo è LA SERENITA’ E IL BENE DEL BAMBINO, che deve crescere e maturare attraverso le varie esperienze di vita, quella scolastica in primis.

untitled

Fin dai tempi antichi, tutti i più grandi filosofi e studiosi hanno compreso l’importanza fondamentale dell’educazione dei fanciulli a cura dei maestri, perché da essa dipende la loro formazione per diventare adulti. Per questo, si sono preoccupati di dare indicazioni in merito, al punto che è stata creata una vera e propria materia di studio, la pedagogia, in cui le diverse teorie educative sono messe a confronto. Comunque, al di là di ciò che viene stabilito da regole o suggerito da correnti, deve essere LA COSCIENZA dell’insegnante come individuo a stabilire il valore del proprio lavoro, non solo nel valutare il conseguimento di risultati prettamente scolastici, da parte degli alunni, ma il raggiungimento di un adeguato livello di maturità e di consapevolezza di se stessi. Essi non devono essere dei nomi a cui associare un voto o un giudizio basato sui risultati di compiti e interrogazioni, ma sono prima di tutto degli ESSERI UMANI INESPERTI del mondo, che devono essere guidati per essere in grado di affrontarlo. Nonostante l’età, però, i bambini sanno riconoscere il valore di un certo comportamento o di un dato atteggiamento; sanno vedere ciò che spesso i grandi ignorano, ma che loro tengono in grande considerazione. Per questo, non bisogna ergersi a dotti eruditi, ma è necessario RIMANERE BAMBINI DENTRO, per essere in grado di percepire ciò che essi percepiscono e comprendere quello che loro comprendono. L’esperienza servirà poi per colmare la distanza, essere in grado di spiegare le differenze e renderli consapevoli della loro crescita. Senza inutili traumi e senza bisogno di imporre la propria presenza come una sorta di minaccia obbligatoria. Semplicemente, guardando la realtà tutti insieme, con gli occhi dei bambini.

Ti potrebbe interessare

“Faces” Alessia Modesti
“Facce di QU”, la mostra di fine stagione del Fattore QU
L’arte di insegnare
“Nella tana del QUniglio”, la nuova mostra del Fattore QU

Lascia un Commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi