6
Jun
2018
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L’arte di insegnare

Si dice spesso che ciascuno di noi nasce con una vocazione: chi per la musica, chi per la matematica, chi per la meccanica, e così via. Da piccola non sapevo quale fosse la mia, di vocazione. Sapevo soltanto che leggere mi era indispensabile e poi lo è diventato anche scrivere. Inoltre, mi aveva sempre dato fastidio il fatto di non riuscire a comprendere le persone che parlavano altre lingue. Lo trovavo davvero irritante. Sono sempre stata una bimba timida ma non introversa, mi piaceva fare amicizia e conoscere nuova gente. Così, quando in vacanza capitavano dei bambini stranieri mi sentivo inadeguata non potendo trasmettere loro ciò che in quel momento sentivo. A quell’età, però, si trova facilmente una soluzione, fra gesti, sorrisi, mimi e qualche parola scimmiottata nel tentativo di assomigliare ad una traduzione. Fu un’estate in particolare, quando ero adolescente, che decisi di studiare le lingue, perché mi accorsi che gli sguardi e i gesti non potevano più bastare.

Questa scelta mi ha subito etichettata come un’aspirante insegnante di lingue. In realtà, avevo in mente di fare la traduttrice, magari per qualche casa editrice, così avrei unito la passione per le lingue a quella per la scrittura. Invece, tutti quelli che venivano a sapere cosa studiassi, automaticamente ripetevano la frase: “Ah! Allora vuoi fare la professoressa!” Confesso che all’epoca, non avevo un’opinione positiva degli insegnanti, perché, a parte la maestra delle elementari, non avevo incontrato persone veramente preparate, non solo per quanto riguardava la conoscenza, ma soprattutto il MODO di trasmetterla. Per questo, sentirmi dire che sarei diventata una professoressa suonava quasi come un’offesa.

Fare l’insegnante non significa solo sapere e avere un ampio bagaglio culturale generale e un’approfondita conoscenza della specifica materia. Per insegnare ci vuole passione e vocazione. Si deve amare il fatto di essere capaci di trasmettere dei messaggi a qualcuno, delle nozioni ma anche gli insegnamenti derivanti dalle nozioni. Si deve far capire, far ragionare, senza mai imporre un metodo o un sistema, incanalando le qualità e le doti di ciascun individuo verso un obiettivo comune, senza mai soffocare la creatività, la curiosità e l’espressione personale. Insegnare non è un sistema a senso unico, bensì un’interazione tra un individuo più grande e uno più piccolo e, laddove l’adulto usufruisce della sua esperienza, il piccolo dà libero sfogo alla sua voglia di apprendere, informarsi, maturare. L’insegnante è un allenatore della mente e dello spirito, che prende per mano i ragazzi, a uno a uno e tutti insieme contemporaneamente, e li guida nel difficile cammino della vita, alla scoperta di se stessi e del mondo intero.

Sembrerebbe facile, specialmente al mondo d’oggi in cui tutti si improvvisano bravi in tutto. Ma non lo è affatto, perché chi insegna ha la responsabilità di EDUCARE al rispetto di principi e valori universali, e per questo deve dare l’esempio. E non è semplice, anche perché a volte educatori e famiglie non cooperano per la crescita dei ragazzi, creando inevitabili problemi. Ad esempio, una critica costruttiva da parte di un insegnante può essere interpretata come un’accusa ingiusta da parte di un genitore, che si oppone protestando e delegittimando in tal modo la figura dell’educatore. Però, in generale, ciò che conta è la capacità di chi insegna di instaurare un rapporto di complicità e di intesa con il ragazzo che si trova davanti, riconoscendo la sua individualità, valorizzandone le doti e smussando gli spigoli, per cercare di formare un adulto serio e responsabile, oltre che preparato e in grado di rapportarsi in maniera positiva sia con i compagni che con tutti gli altri.

Psicologi, sociologi ed esperti vengono chiamati in causa per stabilire delle norme. In realtà, sono le persone che fanno la differenza. Contano il carattere, l’attitudine, la passione, la pazienza, l’educazione, il rispetto, la comprensione, la fiducia, la sensibilità e sì, anche la conoscenza. Per questo ritengo che insegnare sia una forma d’arte molto complessa ed elevata, impossibile da circoscrivere entro limiti predefiniti. Un’arte sublime e raffinata, quanto semplice ed emotiva, spesso basata sull’istinto e su ciò che dettano cuore e ragione. Un’arte che ha la grande responsabilità di aiutare le nuove generazioni a crescere, e, di conseguenza, a decidere le sorti della società del futuro.

Non prendiamo alla leggera questo “mestiere”. Un ingegnere, se sbaglia i calcoli di un progetto per un edificio, mette a rischio la vita di chi lo abiterà. Un medico, se prescrive con leggerezza la cura sbagliata ad un paziente, lo espone a gravi pericoli. Così l’insegnante, se non sarà capace di arrivare al cuore e alla mente dei ragazzi, ne condizionerà inevitabilmente l’esistenza nelle decisioni, nelle scelte, nel modo di pensare e di rapportarsi agli altri.

Come me. Fin dalla scuola media gli insegnanti di matematica avevano sentenziato che ero totalmente negata per i numeri e che non avrei potuto intraprendere degli studi in quella direzione. Visto che mi piaceva leggere e scrivere, mi ero convinta che la mia “vocazione” fosse quella e che la matematica non potesse essere altro che un incubo, nonostante provassi soddisfazione nel risolvere certi problemi e certe operazioni, anche se mi richiedevano un maggiore sforzo. Non era servito che la prof. di latino e greco al liceo avesse insistito a sostenere che la logica è una sola, sia per le traduzioni, che per i numeri che per tutto il resto. Ormai, l’atteggiamento degli insegnanti di matematica nei miei confronti mi aveva convinta di essere negata e, per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad ottenere i risultati sperati.

Quando mi sono trovata ad aiutare i miei figli a scuola, ho scoperto di essere capace di spiegare la matematica, di risolvere operazioni semplici e complesse, di essere agile nel calcolo e che, oltre tutto, mi piace anche! Adesso che non ho più la pressione da prestazione scolastica, non ho un insegnante che non ha fiducia in me e nelle mie capacità, ecco che le mie doti emergono e mi accorgo che la prof. di latino e greco aveva ragione: la logica è una sola e vale per qualsiasi cosa. Allora mi chiedo: che cosa avrei fatto se avessi incontrato un insegnante che avesse saputo valorizzare le mie doti nascoste per la matematica e mi avesse concesso fiducia e comprensione? Sarei diventata quella che sono o avrei scelto altre strade? Difficile a dirsi. Resta il fatto che quegli insegnanti hanno CONDIZIONATO la mia vita e le mie scelte, e hanno avuto una grossa responsabilità. La responsabilità di chi esercita un’arte che deve aiutare dei germogli teneri e fragili a sbocciare per farli diventare delle piante robuste e vigorose. La responsabilità di essere un insegnante.

 

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