22
Oct
2013
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Incubo a Dubai

 

INCUBO A DUBAI è un romanzo tratto da una storia vera.
Infatti, tutto è nato per caso più di un anno fa, quando ho conosciuto il protagonista della vicenda, tramite amici comuni. Da tempo aveva intenzione di mettere per iscritto la terribile esperienza da lui vissuta nel 2008. Così, ho raccolto la sua testimonianza, ho parlato con lui, ho ascoltato le sue parole, condiviso le emozioni, letto i suoi appunti, in cui aveva annotato date, fatti e sensazioni. Stavolta le idee non dovevano scaturire dalla mia fantasia, o essere ispirate da fatti occasionali. Mi sono dovuta mettere nei panni di un’altra persona, cercare di entrare nel suo cuore, nella sua mente, in presenza di eventi drammatici e misteriosi. Per motivi di privacy e per la delicatezza del tema trattato, i nomi delle persone sono stati cambiati, ed alcuni particolari sono fittizi. 

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Per questo lungo lavoro ringrazio il vero protagonista, che mi ha dato fiducia; la mia squadra (Antonella Cedro e Alessandro Bianchini); le persone che mi hanno aiutato, fornendomi informazioni, consigli e sostegno; e voi lettori, che siete la mia forza!

I commenti:

Interessante e coinvolgente dalla prima all’ultima parola, molto scorrevole come lettura. Interessante anche la trama…. fanno riflettere le disavventure del protagonista.

 

L’incipit:

 

1. IL VOLO

 

 L’airbus della EmiratesAirlines iniziò a correre sulla pista prima di staccarsi da terra e salire in quota, oltre le nubi bianche nel cielo azzurro di aprile.

Angelo amava quell’istante. Mentre tutti stavano in silenzio, trattenendo il respiro, intenti a pregare affinché il pilota e l’aereo facessero il loro dovere, lui sentiva correre un brivido di piacere lungo la schiena. La percezione del vuoto innescava una scarica di adrenalina, ed alzarsi in volo era la massima espressione della libertà, della capacità dell’uomo di dominare gli elementi. Si dimenticava dei problemi che aveva lasciato a terra, per gettarsi nell’ignoto, finalmente padrone di se stesso.

Questo era l’ennesimo viaggio di lavoro, destinazione Dubai. Ormai erano anni che girava il mondo con quelle valigette di campionari colmi di oreficeria. Non c’erano segreti per lui: ovunque andasse, conosceva usi e costumi, hotel, locali, ristoranti, uffici… L’esperienza gli permetteva di valutare a colpo d’occhio persone e situazioni, così che sapeva sempre come comportarsi.

Certo, era una vita dura, sempre in viaggio da un posto all’altro, con il peso e la responsabilità di beni preziosi da vendere per conto delle varie aziende orafe di Arezzo e Vicenza. Ma c’erano anche tanti aspetti positivi. Oltre all’ottima remunerazione, c’erano voli e spese pagate, alberghi di lusso, ristoranti di classe, vita da signori… E poi le donne. Ah, le donne! Erano forse il motivo principale, insieme ai soldi, per continuare a fare quel lavoro. Non importava se a casa c’era Grace, la compagna che aveva sostituito Nicole, la prima moglie. Non importava neanche di Carolina e Katia – le figlie avute da Nicole – né di Anne, Elizabeth e Matthew – i figli avuti da Grace – perché ormai erano tutti adulti e sapevano badare a se stessi. Quando non era ad Arezzo, lui diventava un altro, con un’altra vita, ed un’altra personalità.

A casa lasciava la sicurezza della famiglia.

Altrove, c’era solo svago.

Come quella hostess dai capelli scuri e gli occhi azzurri dello stesso colore del cielo. Aveva già fatto avanti e indietro nel corridoio diverse volte, sfiorandolo appena, con la scusa di dover calmare un bambino che urlava per qualche capriccio. L’aveva vista, mentre gli lanciava occhiate maliarde di sfuggita.

“Mi scusi?!” esordì alla fine con voce suadente, alzando la testa per squadrarla, con un sorriso accattivante.

«Che bel culo!» pensò, intanto che le chiedeva qualcosa da bere. La divisa color sabbia del deserto ne esaltava le curve, rendendola ancora più seducente. Si mosse con aria felina e sorrise compiaciuta. Non aspettava altro.

Angelo aveva ereditato il fascino tipicamente latino da suo padre, Aldo Poggi, un austero tenente dell’Aeronautica Militare, originario di Arezzo. Sua madre, Corinne, l’aveva conosciuto a Londra, dove si era trasferita dalla provincia della Borgogna. Il loro era stato un amore folle, destinato a fallire presto per le inevitabili lontananze, e perché la passione, da sola, non era bastata a tenere insieme due persone di opposto carattere. Tanto era inflessibile e rude lui, quanto dolce ed appassionata lei. Dopo la nascita di Angelo, le loro strade si erano separate senza traumi. Erano rimasti amici, si vedevano di tanto in tanto, ma Aldo era troppo orgoglioso ed ambizioso per accettare di essere vinto dall’amore per una donna o per un figlio.

E così Angelo crebbe con la mamma a Londra, fino a dieci anni. Vedeva di rado il papà, ma lo considerava un eroe: siccome era un pilota di aerei militari e aveva una carica importante, era convinto che non potesse stare lì con lui solo perché aveva il compito di salvare il mondo dai cattivi. Per questo non ebbe mai dubbi su quale sarebbe stato il suo futuro: niente e nessuno riuscì a smuoverlo dal fermo proposito di diventare un pilota. A diciotto anni si trasferì in Italia e, su consiglio del padre, si iscrisse all’Accademia di Pozzuoli per intraprendere la carriera di pilota militare.

Con il passare del tempo si accorse che in realtà quello non era il suo sogno, perché non era come aveva sempre pensato: non si diventava eroi semplicemente conquistando un brevetto o pilotando un aereo. Scoprì amaramente che suo padre non l’aveva mai amato abbastanza da rinunciare per lui alla voglia di volare, al continuo desiderio di muoversi, di viaggiare, di cambiare orizzonti, di realizzare le sue ambizioni. Cominciò ad odiarlo per il suo egoismo, per tutto l’affetto che gli aveva fatto mancare, e per le illusioni che gli aveva permesso di coltivare. Abbandonò la carriera militare e vagabondò per qualche tempo in giro per il mondo, improvvisando e vivendo alla giornata.

Finché il destino lo riportò ad Arezzo, in occasione della morte del nonno. A lui era rimasto fortemente legato, perché era l’unico, insieme a sua madre, che gli era stato sempre vicino.

Fu ad Arezzo che incontrò per la prima volta Gaetano, un imprenditore orafo che possedeva un appezzamento di terreno accanto a quello di suo nonno. Gaetano aveva un’azienda solida ed era riuscito ad entrare nel grande circuito internazionale del commercio di oro e preziosi. Fu molto colpito dalla personalità di Angelo, e decise di offrirgli un impiego da libero professionista, come procacciatore di affari.

Angelo rimase spiazzato. Stava attraversando un periodo buio, la sua vita era a pezzi, e a venticinque anni ancora non sapeva cosa volesse fare da grande. I suoi punti di riferimento erano crollati. Abbandonato il mito di suo padre, non se la sentiva di ritornare dalla madre. Infatti, dovette ammettere con se stesso, seppur contro la sua volontà, di aver ereditato tutti i difetti del genitore: la tranquillità, la stabilità, la confortante consapevolezza delle abitudini quotidiane di sua madre non facevano per lui.

Quello che Gaetano gli stava offrendo era un nuovo inizio, una nuova possibilità, anche se non aveva la minima idea di cosa dovesse fare. Per cercare di dare una svolta alla sua vita decise di provare, ed accettò. All’inizio, fu affiancato da Dante, un esperto del settore, che, col tempo, gli insegnò i trucchi ed i segreti del mestiere. Imparò a viaggiare con un carico di preziosi, conobbe le persone di riferimento negli aeroporti e nei centri di vendita, costruì la sua trama di connessioni e di informazioni. Attingeva dalle precedenti esperienze di pilota per muoversi agilmente in viaggio, in albergo e anche con i clienti. Alto, moro, con profondi occhi neri, l’aspetto ben curato, un sorriso aperto, lo sguardo acuto, piacevole ed amabile conversatore, sapeva conquistare la fiducia dei clienti e di chiunque avesse a che fare con lui.

E alla fine ci prese gusto. In fondo, era quello che voleva: viaggiare ed essere sempre in giro per il mondo, prendere aerei e qualsiasi altro mezzo di trasporto, frequentare hotel di pregio, conoscere persone ricche ed eccentriche, che lo rendevano partecipe dei loro eccessi e delle loro stravaganze. Ma, soprattutto, guadagnare un sacco di soldi e avere tutto a disposizione, donne comprese.

Anzi, riprese anche a frequentare l’ambiente aeronautico, dal quale non si era mai allontanato del tutto. La passione per il volo, l’amicizia, il senso della disciplina, ma anche della solidarietà e dello spirito di gruppo servivano ad alleggerire il peso della sua solitudine, a colmare un vuoto di affetti altrimenti insopportabile.

Ora, mentre l’aereo scivolava tra le nuvole, raddrizzò la schiena indolenzita, chiudendo gli occhi per allontanare un pensiero che ogni tanto lo infastidiva come una mosca: era davvero obbligato a fare quel lavoro, o, come sosteneva sua moglie, era solo un pretesto per continuare a girovagare libero per il mondo? Certo, erano tanti anni ormai che sgobbava, e in tempi di crisi bisogna tenere stretto ciò che si aveva la fortuna di avere. Tuttavia, gli era capitato spesso di ricevere offerte per dirigere uffici, gestire il commercio dalle sedi aziendali, insomma, un lavoro dietro la scrivania, vicino a casa, senza doversi spostare di continuo. Ma non aveva neanche contemplato l’ipotesi di prendere in seria considerazione certe proposte, perché non erano adatte a lui, non sarebbe mai stato in grado di assolvere a questi compiti, e, soprattutto, si sarebbe sentito in gabbia, un uccello senza ali, senza libertà. Quella era la sua vocazione. Quello il suo destino.

Si riscosse al tocco gentile della hostess, che gli chiese premurosamente se avesse bisogno di qualcosa da bere. Si sistemò le cuffie e selezionò un film d’azione dal monitor che aveva davanti. Fu solo quando ebbe finito il drink, che si accorse di un biglietto ripiegato sul vassoio. Lo aprì e c’era scritto un numero di telefono con un nome: Alyssa. Sorrise incrociando lo sguardo felino della donna.

Si abbandonò sullo schienale, tentando di seguire la trama del film e ignorando quella dei suoi pensieri, finché, stremato da quella lotta interna, fu vinto dal sonno.

Fu svegliato dalla voce calma e decisa del comandante, che, dall’altoparlante, annunciava l’imminente atterraggio all’Aeroporto Internazionale di Dubai.

Si stropicciò gli occhi e cercò di mettere a fuoco la città, che emergeva dall’oscurità in uno scintillio sfavillante di luci e colori. Lussureggiante come una capitale orientale, esagerata e trasgressiva come una metropoli americana, ricca di forme architettoniche alla maniera europea, Dubai esercitava un fascino particolare su di lui. Anche perché lì c’erano i clienti più facoltosi, gli amici di sempre, i locali più alla moda… Insomma, lì si sentiva a casa.

Svegliò Emilio, uno dei collaboratori che lo accompagnavano abitualmente nei viaggi, ancora addormentato nel sedile accanto al suo.

“Dai, si comincia!” lo esortò con una pacca sulle spalle.

Una nuova settimana da trascorrere in quel lembo di terra strappata al deserto e al mare li stava aspettando. Insieme all’eccitazione c’era una strana elettricità nell’atmosfera. L’aria calda della primavera mescolava profumi antichi ed essenze all’ultima moda. Nonostante i trentuno gradi e la brezza torrida, quasi soffocante, Angelo avvertì un brivido lungo la schiena. Entrò nell’immenso aeroporto fresco ed affollato, splendente di luci, pieno di vita in fermento, cancellando ogni altro pensiero e concentrandosi solo sul lavoro.

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