1
Mar
2012
0

Il Diario di una Cameriera

 “Il Diario di una Cameriera” è un romanzo ambientato ad Arezzo, che narra, sotto forma di diario, le vicende di una ragazza come tante, alle prese con i problemi del lavoro e della vita privata.

Il romanzo è stato numero 1 nella Top 100 BestSeller Amazon, per oltre due mesi numero uno nella categoria “romanzi rosa”, e tuttora è primo o nelle prime posizioni nella categoria “e-book in lingua italiana” nelle piattaforme Amazon di USA, Spagna, Francia, Canada, Australia, Germania.
Il 23 gennaio 2013 su un articolo di “La Repubblica” è stato menzionato fra gli ebook più venduti su Amazon nel 2012.

 

http://www.amazon.it/Diario-una-Cameriera-Laura-Bondi-ebook/dp/B007KHSZUS/ref=pd_sim_kinc_4?ie=UTF8&refRID=0CR9R219MSQPPKPCCK0R

 

 

15 Giugno 2009,  lunedì

Caro Diario,

mi chiamo Elisabetta, ho 25 anni, e sono di Arezzo, città della Toscana, alle pendici dei morbidi Appennini, giusto nel centro d’Italia.

Voglio annotare e condividere con te, giorno per giorno, quello che accadrà in questa nuova avventura in cui mi sono imbarcata. Infatti, sta per iniziare una nuova fase, spero determinante, della mia vita.

 

Intanto mi hanno presa. Hanno fatto un po’ di storie, ma alla fine la padrona si è convinta. Da domani comincerò la prova per una settimana.

Non è che debba scegliere il lavoro della mia vita. E’solo il classico impiego part-time in un bar-pasticceria-primi-piatti-sala-da-té-cioccolateria in via Fiorentina. Ho visto il cartello sulla porta “cercasi aiutante/cameriera”, ho provato ad entrare, senza preoccuparmi troppo, e hanno deciso di darmi una possibilità.

In realtà ho solo bisogno di soldi.

Mi devo laureare in legge, e sto ultimando la tesi in Diritto Privato. A settembre, se tutto va bene, entrerò a far parte di un importante studio legale, dove potrò esercitare il tirocinio, vale a dire, due anni circa, in cui lavorerò praticamente gratis, ma che mi saranno indispensabili per fare pratica e per potermi preparare all’esame di ammissione all’albo.

 

Proprio ora, Samuele mi ha chiesto di mettere su casa.

A dire la verità, ne sono felicissima. Sono quattro anni che stiamo insieme, e adesso che mi si prospetta un futuro, a livello lavorativo, mi sento pronta per sistemare anche la cuccia.

Veramente, avrei preferito prima sposarmi, così, perché la favola fosse perfetta.

Ma vista la scarsità di soldi, la crisi mondiale, e via discorrendo, mi sono convinta a fare un passo alla volta.

Samuele ha trovato un delizioso appartamento quasi in centro, in via Monte Falco, il mio sogno da sempre, con tre camere, due bagni, cucina, tinello, sala, garage, mansarda e dalle due terrazze si vede tutta la città, perché è al sesto piano. Un amico di Samuele, proprietario di un’agenzia immobiliare, ha trovato questo gioiello ad un prezzo vantaggioso, per come è il mercato oggi. Però sono sempre tantissimi soldi. I pochi che avevo da parte sono spariti insieme a quelli di Samuele solo per firmare il contratto. E poi c’è un mutuo chilometrico, per diversi anni a venire.

Comunque sarà meraviglioso: io ed il mio fidanzato (o dovrei dire compagno?) avremo il nostro nido. Lui è sempre così dolce, affettuoso, carino e premuroso. Oltre che un bel ragazzo, intelligente e con un’ottima attività avviata – ha un ingrosso di dolciumi nella zona industriale di Pratacci!

Le mie amiche sono sempre state gelose, mi hanno detto che è troppo perfetto. Non litighiamo mai, e se io mi innervosisco lui sa ogni volta come calmarmi. E’ comprensivo, mi ascolta, mi coccola, mi fa i regalini giusti al momento giusto, e sa sempre cosa dire e cosa fare. Mi legge nel pensiero! Se questo non è amore! Ma tanto vallo a spiegare a quelle tre sceme di Alice, Barbara e Sandra, che non fanno altro che andare a cercare ragazzi stupidi, per prendere inevitabilmente delle fregature e piangere su se stesse!

Chissà cosa diranno, quando sapranno che mi sono trovata anche un lavoro! “Perché non sei andata a lavorare da lui?” “Non ti ha presa?”, “Non è che non ti vuole fra i piedi?”. Bla, bla, bla …

Bah, al diavolo!

 

In compenso Ale, cioè Alessandro, il mio amico da sempre, è felicissimo per me.

Con lui ci conosciamo dalla nascita, perché i nostri genitori sono molto legati. Sua madre e mia madre sono nello stesso studio commerciale, lo hanno aperto insieme. Suo padre è uno dei chirurghi più noti della zona e anche a livello nazionale. I rispettivi babbi erano contadini nella stessa fattoria tra i poderi del Casentino, vicino Pratovecchio: così mio padre ed il padre di Alessandro sono cresciuti insieme, come due fratelli.

Alessandro ha otto anni più di me, e suo fratello Andrea dieci. Anche se amo tutti e due, Alessandro mi è sempre stato più vicino, abbiamo condiviso tutte le nostre esperienze, abbiamo anche amicizie in comune. Da quando ha ventidue anni vive in America per studiare, anche se torna spesso in Italia. Ora è arrivato quasi alla fine, si sta specializzando in microchirurgia e chirurgia plastica, che va per la maggiore.

Andrea invece è ingegnere, e da qualche anno è diventato dirigente di un’importante azienda di costruzioni a Londra.

Entrambi scapoli incalliti, con il divorzio dei genitori alle spalle, mentre Andrea ha il fascino del castano con gli occhi azzurri, Alessandro è moro con gli occhi scuri, l’aria sorniona e fintamente trasandata.

Lui è da sempre con me, mi appoggia, mi aiuta, ci sosteniamo, siamo complici in tutto. Ci sentiamo spesso per telefono, e ci mandiamo almeno una mail al giorno. Sappiamo tutto l’uno dell’altra. Perfino Samuele non è geloso: sa che Ale è il mio fratellone.

Da quando è in America, è dura non condividere certi pensieri o fatti a quattr’occhi. Ieri sera siamo stati a lungo a parlare via Internet e abbiamo fatto una specie di piano strategico per affrontare queste novità. E mi sono sentita un po’ più tranquilla, grazie a lui. Devo pensare soprattutto a come gestire il mio tempo per lasciare spazio allo studio. A settembre devo discutere la tesi prima di cominciare il tirocinio.

Domani vedrò come funziona il lavoro. Poi ne riparliamo insieme, e infine mi organizzo.

 

 

16 Giugno 2009, martedì

 

Sono le 6.50 quando varco la soglia della pasticceria Le Petit Fleur, a metà di via Fiorentina, una strada incredibilmente trafficata.

Il locale è moderno e arioso, pieno di specchi, marmi bianchi e rosa, sedie e tavoli eleganti. Il tutto decorato da piccoli fiorellini colorati, che danno il nome al locale e ne sono diventati il simbolo.

Vado nello spogliatoio e mi infilo l’uniforme, che trovo candida e stirata sopra il mobiletto delle scarpe e delle ciabatte. Ho un paio di mocassini scamosciati a prova di scivolo. Dovrebbero andare bene, perché con le ciabatte temo di perderne una, prima o poi.

La padrona, la signora Caterina, mi saluta senza sorridere. E’ una donna enorme, alta e imponente. I capelli neri sono raccolti in uno chignon strettissimo in cima alla testa, le guance sono arrossate, gli occhi azzurri sembrano neri, tanto sono profondi …  e inquietanti.

Ok, mi faccio coraggio.

Ho fatto pratica diversi anni con Loris, un cugino di Samuele, tra un esame e l’altro. Anche lui ha un bar, dall’altra parte della città, e non è una persona che si accontenta facilmente. Neanche se ha davanti la fidanzata del figlio del fratello di suo padre. Quindi so come funzionano le cose. Almeno qui non ci sono parenti di mezzo che mi fanno domande sulla vita privata, e che riferiscono a tutta la famiglia come lavoro – specie quando commetto errori!

Ieri la signora Caterina mi ha chiesto:

“Perché vuoi venire qui, invece che andare dal cugino del tuo fidanzato?”

Ho improvvisato:

“Perché al momento Loris ha già assunto una ragazza e non volevo intromettermi!”

Ma lei ha storto il naso e ha capito al volo:

“Mai lavorare coi parenti. Io ne so qualcosa!”

 

Qui l’azienda è proprio familiare. Il barman è suo marito, il signor Mario, un bell’uomo, alto e ben piantato, i capelli sale-pepe con un ciuffo prominente … da lontano potrebbe sembrare un attore. Ho detto ‘da lontano’, perché da vicino la fisionomia del viso è irregolare, gli occhi sono piccoli, e quando parla ha una voce assurdamente acuta e nasale. Sua moglie ieri mi ha detto, senza ironia, che potrei diventare sorda se gli sto troppo vicino, come capita a lei, che di solito bada alla cassa.

Le figlie Margherita e Viola lavorano nella pasticceria e ai primi piatti di mezzogiorno. I loro nomi sono l’espressione di un compromesso tra la mania per i fiori della madre, e la fissazione per il calcio del padre. Viola è single, ma è l’anima artistica: allestisce le vetrine, si occupa degli ordini ai fornitori, gestisce e prepara i rinfreschi, cura il menù dei primi piatti giorno per giorno. E’ alta e snella, una bella ragazza, capelli lunghi castani raccolti in una coda, occhi azzurri, che guardano impietosi e senza sorriso, come la madre.

Margherita sta al fianco di Antoine, suo marito, che è francese e non poteva che essere il pasticcere, pluri-diplomato e pluri-premiato. Motivo per cui questa è diventata la pasticceria più famosa della città, tanto che vengono clienti anche da lontano. E’ quasi una meta turistica, insomma. Antoine non è tanto alto, esile, un bel sorriso tratteggiato da due baffetti curatissimi, occhi neri e una perizia nel lavoro, una rapidità nelle mani piccole e sottili che possono tenere incantati per ore. Il grazioso accento francese toscanizzato lo rende ancora più amabile. E’ davvero una brava persona.

Margherita ne è gelosissima, e ha ragione. A dispetto dei genitori, è bassa di statura, biondiccia e grassottella – credo che mangi parecchio di quello che produce col marito. Le guance tonde e arrossate la fanno assomigliare alla mamma, ma lo sguardo vacuo e la voce stridula sono quelle del padre. Chissà come ha fatto ad accalappiare Antoine! Lo scoprirò magari più avanti.

 

Bando alle ciance. Devo iniziare a lavorare. I primi clienti assonnati sono già arrivati, ma ancora c’è abbastanza silenzio. La signora Caterina comincia a mitragliarmi di ordini, a voce bassa ma decisa:

“Allora, già sai come funziona. Tu fino alle dieci servi le colazioni, dai le paste, la pasticceria ed i panini. Quando i vassoi sono vuoti, li porti a Viola. Il banco deve restare pulito: niente briciole, né creme a spasso, danno l’idea che non si pulisce da secoli, e che gli alimenti siano altrettanto vecchi. Vetri e marmi devono essere sempre perfetti. I prezzi sono esposti ed i cartellini da inserire sono dietro di te, nel barattolo rosso. Il listino è lì accanto. Per ciò che non è segnato là, chiedi a me, che resto qui alla cassa. Naturalmente, tieni d’occhio i tavoli, se ci sono clienti da servire. Quando non c’è nessuno al banco, guarda sempre che Mario abbia tazze, piatti e cucchiai lavati. Sai come funziona la lavastoviglie. Se finisce il detersivo, il sale o il brillantante, ti fai insegnare da lui. Guarda che ci siano lo zucchero, il cacao ed i tovagliolini sul bancone, che deve restare pulito. Quindi, prendi quello straccio giallo là e pulisci via via che c’è sporco. Quando lo straccio diventa impossibile, vai in cortile e lo sciacqui bene col disinfettante o la candeggina che trovi sotto la vaschetta. Poi controlla che nel frigo del bar ci sia rifornimento di bibite e acqua: il magazzino è nel cortile. E là c’è anche il bagno per i clienti. Il nostro è dietro la pasticceria, l’avrai visto, vicino allo spogliatoio. Ah, ecco, lo zucchero è in pasticceria, chiedi a Margherita. I tovagliolini, la carta, le scatole e le strisce, è tutto qui, sotto il bancone. È tutto ordinato e in fila, per misure e colori, e così deve restare, altrimenti si impazzisce per ritrovare qualcosa.

Dopo le dieci, le colazioni sono da considerarsi esaurite, e se non c’è tanta folla io e Mario ce la caviamo da soli. A quell’ora in pasticceria arriva la signora Anna, per le pulizie. Tu pulisci per bene tutto il bancone, dentro e fuori, riordini quello che è rimasto nei vassoi. Poi vai nell’altra sala, pulisci i tavolini col detergente, riordini le sedie, svuoti i cestini della spazzatura, spazzi e spolveri le vetrine. Salvo casi eccezionali, non dovrai pensare ai primi di mezzogiorno, ci siamo io e Viola. Se mai dovrai apparecchiare. Il mercoledì in genere si spolverano gli scaffali del bar, il giovedì si puliscono anche gli specchi nella sala, il venerdì ci sono i frigoriferi dei dolci ed il bancone della pasticceria, perché poi si devono riempire con i prodotti freschi per il fine settimana. Naturalmente devi pulire anche il bagno dei clienti tutti i giorni, rimetterci carta igienica, salviette e sapone, e scrollare il tappeto accanto alla porta. Due volte al mese si pulisce la vetrina anche da fuori.

Per ora è tutto. Poi andando avanti si vedrà …”

Insomma, una cosa da niente!

“Ecco il signor Enzo: questo beve di primo mattino. Le paste neanche le vede. Vai, Margherita ha pronto un vassoio di cornetti. Vai a prenderli intanto!” sibila impaziente.

Mitragliata da tutte queste informazioni da memorizzare (so che non potrò chiedere una seconda volta o farò la figura della tonta!), mi incammino verso la pasticceria, mentre Margherita continua a suonare il campanello, impaziente. Accelero un po’, apro la porta e quella mi sbatte quasi addosso il vassoio, e sbuffa a denti stretti:

“Quando suono, devi venire subito!”

Io obietto tranquilla:

“E se c’è gente e non posso muovermi?”

Quella, sorpresa dalla mia replica, mi guarda in faccia e penso che esploda. Invece si limita a sibilare:

“Lo vedo, dall’oblò, se tu hai da fare o no!”

Faccio un cenno con la testa, le sorrido, ma ha già voltato le spalle, e con la voce esageratamente stridula e melliflua si rivolge al marito:

“Amooore, quanto manca alle sfoglie in forno???”

Sto per ripartire col vassoio, quando Viola mi trattiene:

“Non far caso a mia sorella, e non ti preoccupare. Fra qualche giorno ti sarai abituata. Sto preparando i panini e le schiacciatine. Se qualche cliente le chiede, tu chiamami e provvediamo subito, ok?”

Rispondo di sì in modo automatico. Ma non sono convinta se lei sia migliore o peggiore di sua sorella. E’ troppo accomodante, e qui dentro nessuno sembrerebbe esserlo. Meglio stare in guardia.

Quando arrivo di nuovo di là dal bancone, il signor Enzo, un tipo alto, sulla sessantina, in canottiera, calzoni corti e ciabatte, è già al suo secondo whiskino. L’odore dell’alcool alle 7.20 di mattina mi uccide! Ma come farà il suo fegato? Macché, paga e se ne va arzillo e scattante, come una Ferrari che esce dai box.

Arriva una vecchietta con tanto di bastone, borsetta in pelle, vestita in maniera elegante, che porta con sé un soave profumo di lavanda. Mi guarda torva, poi si rivolge a Caterina:

“E’ nuova?” gracchia, con una vociaccia degna della strega di Biancaneve.

Sorrido e annuisco.

“Sì, è nuova. Si chiama Elisabetta!” risponde secca Caterina.

“Troppo lungo. Ti chiamerò Elisa, ammesso che tu rimanga!” borbotta la vecchietta sogghignando.

“Posso esserle utile?” le chiedo in tono cortese

“Meno male che è educata! Sì, dammi quel cornetto lì, quello in mezzo, accanto a quello lungo, vicino a quello bruciacchiato!” insiste, mentre batte col dito sul vetro. Ma chi sta dietro ad un banco, essendo elevato su una pedana rispetto al cliente, non vede assolutamente nulla del suo dito, del suo sguardo e del cornetto che ha avvistato in mezzo ad altri trenta o quaranta, ammucchiati sul vassoio. E resta in imbarazzo. Afferro le pinze e vado per tentativi. Allora comincia a spazientirsi, si volta verso Caterina e, soffiando infastidita, brontola:

”Ma la ragazza qui ha problemi di vista?”

Caterina si avvicina, senza dire nulla, mi prende le pinze di mano e le dà il cornetto che voleva. Non sono sicura che fosse proprio quello, ma la strega sembra soddisfatta di avermi messo in difficoltà. Meno male che adesso se ne va da Mario per il caffè.

Intanto servo un ragazzo che vuole una sfoglia alla marmellata.

Poi arriva una signora di corsa:

“E’ tardi stamattina, accidenti, un cornetto, ti prego, come viene. Mario un caffè al volo! Macchiato freddo, così faccio prima!”

E intanto che mangia la pasta, fruga nella borsa e cerca di pagare alla cassa. Appena è pronto il caffè, lo tracanna, poi fugge via gridando “Ciao!” mentre finisce il cornetto. Ma che colazione è questa?

Non ho tempo per pensare, perché è il momento della prova: arriva la folla.

Mi chiedono i panini, e suono a Viola per farli portare.

Chissà perché, poi, quando i clienti sono tre o quattro, restano tranquilli e ordinati, ad aspettare il loro turno. Ma se vedono un po’ di affollamento, tutti si agitano e hanno fretta.

Ecco un medico che deve entrare in ospedale, un impiegato del Comune, una segretaria, un dirigente di un’importante azienda di confezioni, un commesso del supermercato all’angolo, un’insegnante che stamani deve andare a preparare i programmi, un architetto, un impiegato di banca, un rappresentante, un ortolano, un parrucchiere (non ho ben capito se è uomo o donna, lo vedrò nei prossimi giorni!) …

Intuisco le loro professioni da mozziconi di conversazioni, spesso al telefono, oppure dalle divise, a volte dalle espressioni! Molti non so neanche chi siano, i più nemmeno alzano la testa, pur avendo notato la mia faccia nuova, fanno gli indifferenti, vanno e vengono senza comunicare, immusoniti nei loro mondi recintati e sonnolenti.

La mattinata corre veloce. Sono le 9.45 e ancora devo finire la MIA colazione. Il cornetto è freddo, molliccio e smangiucchiato, ormai. Lo ingoio a fatica, intanto comincio a pulire il bancone. Porto i vassoi vuoti in laboratorio, e Margherita mi ringrazia con un sorriso. Cavolo, che lunatica!

Poi passo ai tavolini, spolvero la vetrina, e adesso il bagno. Sembra ci sia passata una mandria di bisonti! Guanti, varichina, e giù una bella cascata d’acqua, col tubo attaccato alla vaschetta del cortile. Asciugo con straccio e spazzolone, rimetto carta e salviette, do una scrollata al tappeto e chiudo la porta. Sono le 11.30. Il mio lavoro è finito. Ci vediamo domani.

Ti potrebbe interessare

“Il Diario di Giacomo”: un estratto
IL DIARIO DI GIACOMO
“Il Diario di una Cameriera… a Londra”: la conclusione
“Il Diario di una Cameriera”… L’epilogo

Lascia un Commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi