3
Apr
2019
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“Il Diario di Giacomo”: un estratto

IN REGALO, UN BREVE ESTRATTO DEL ROMANZO.

“Dopo un tempo imprecisato, rallento fino a camminare per riprendere fiato, anche se il mio fisico regge bene gli sforzi. Sto passando davanti a un autobus fermo per far salire e scendere dei passeggeri, quando qualcuno mi urta. Mi volto e vedo una bionda alta e slanciata, in tenuta da jogging, che mi sorride e si scusa con un inconfondibile accento americano. È piuttosto carina, ha un bel sorriso, anche se qualche puntura di botox le rende le guance un po’ troppo tonde, ma il suo sguardo non lascia spazio a dubbi. Le sorrido a mia volta e, senza neanche chiedere, inizia a camminare al mio fianco, intavolando una specie di conversazione su quanto sia maldestra e su come ogni giorno debba destreggiarsi in situazioni imbarazzanti. Parliamo come se fossimo amici di vecchia data, perché è così che funziona: tutte le ragazze si sentono subito a loro agio con me. Tutte, tranne quelle che m’interessano davvero.

Attraversiamo Ponte alle Grazie e proseguiamo verso Lungarno Diaz, ritornando verso il centro. Non resisto alla tentazione e mi fermo per fare degli esercizi di stretching. Sheila, così si chiama, ne approfitta per mettere in mostra le sue forme e spiattellarmele in faccia, mentre si piega in avanti per esibire il seno, poi di spalle, per farmi vedere un bel culo sodo, mentre divarica le gambe e si allunga… Aggiunge anche dei piccoli gemiti per lo sforzo, oltre a sguardi avidi rivolti al mio fisico. Non c’è niente da dire o da chiedere. È sempre tutto così scontato, che non provo neanche più l’eccitazione della conquista. Perfino l’adrenalina si fa desiderare. Non ho bisogno di corteggiare, fare battute spiritose, gettare occhiate languide, esibire le mie doti fisiche. La maggior parte degli uomini, se non tutti, farebbero carte false per essere al mio posto. Invece, alla lunga, è frustrante. Mi sento una specie di oggetto, o un dolce pronto per essere divorato. Certo, è un uso reciproco, io sfogo i miei istinti con la figa di turno e viceversa, ma adesso sta diventando, come dire, noioso. È proprio vero che siamo più attratti dal mistero e da ciò che è più difficile da raggiungere. Quello che abbiamo a portata di mano ogni giorno perde tutto il suo fascino. Come se dovessi mangiare tiramisù a pranzo, a cena, a colazione: alla fine non lo sopporterei più.

Sheila si avvicina e mi stringe al parapetto, strusciandosi addosso, mentre sorride e mi guarda con aria volgare. Non si preoccupa neanche dei passanti. Ha fame e vuole essere soddisfatta. Sta per ficcarmi la lingua in bocca, quando mi squilla il telefono.

«Non rispondere,» mi ordina sulle labbra. Ehi, dico fra me, ma chi sei tu per dirmi quello che devo fare?

Le sorrido e le riservo un’occhiata di sfida. Non si muove e aspetta.

«Ciao, trombone! Dove sei di bello?» urla Matteo all’altro capo del telefono.

«In centro, a correre…» rispondo, ridendo.

«Non mi dire che ho interrotto un abbordaggio?» esclama in tono allusivo.

«In pieno!» ribatto, mentre Sheila infila le mani sotto la mia maglietta, facendomi rabbrividire.

«E com’è stavolta?» chiede Matteo, avido di particolari.

«Vuoi la foto?» incalzo, divertito.

«Sarebbe fantastico!» urla, entusiasta. «Però, ti avevo chiamato perché c’è un problema di lavoro e ho bisogno del tuo aiuto. Ma a questo punto mi sentirei un mostro a interrompere una situazione così…» aggiunge, dispiaciuto. All’improvviso, provo un immenso sollievo. Non so neanch’io perché, ma ho un motivo valido per sottrarmi alle grinfie di quest’arpia, che mi vuole possedere con la bramosia di un demone. Non mi era mai capitato prima, neanche con ragazze meno attraenti di lei, e non capisco cosa mi stia succedendo. Mi rendo conto che non arriverei neanche in prima base con Sheila, non perché non mi piaccia, ma perché semplicemente non ne ho voglia. E non ho intenzione di indagare sulle cause.

«Dimmi dove c’incontriamo,» propongo subito, deciso.

«Stai scherzando?» replica Matteo, incredulo.

«Dimmi dove,» insisto.

«Ma allora… Hai finito?» domanda ancora.

«L’indirizzo?» ripeto per la terza volta.

«Al Rivoire…» risponde, esitante.

«Tra dieci minuti al Rivoire,» sentenzio.

Sono quasi sicuro di essere riuscito nel mio intento, quando all’improvviso mi dà una spinta e mi si para davanti con aria bellicosa. In questo modo, la sua faccia diventa una maschera raggrinzita dal botox e, invece di apparire minacciosa, sembra piuttosto ridicola. Tanto che non riesco a trattenere una risatina di scherno.

Termino la chiamata e imposto la modalità “mi dispiace, ma ho da fare”. Con voce gentile e sguardo da cagnolino abbandonato, spiego a Sheila che ho un improvviso contrattempo al lavoro e che devo andare via immediatamente. La ragazza si aggrappa a me come una bambina viziata che pretende il giocattolo a ogni costo, così devo fare appello a tutta la mia diplomazia e alla mia pazienza per scrollarmela di dosso. Ma lei insiste, chiede solo dieci minuti, perché dice che ormai è tutta un fuoco e devo spengerla ad ogni costo. Provo ancora a convincerla con le buone, mentre comincio a muovermi verso il Corridoio Vasariano, per arrivare in Piazza della Signoria. Pretende il mio numero di telefono per restare in contatto e rimandare il nostro incontro a più tardi, ma sono irremovibile. Questo mai. Le regole sono regole, e ora valgono a maggior ragione…

«Stronzo!» urla in italiano. «Potrei mettermi a urlare e accusarti di molestie, lo sai?» aggiunge poi in americano, a denti stretti.

«Fallo pure, se vuoi,» ribatto, guardandola negli occhi senza lasciarmi intimidire.

«Vaffanculo!» sibila, esibendo il dito medio con un’unghia rossa affilatissima davanti al mio naso.

«Anche tu!» replico, con un ghigno. Volta le spalle e se ne va indispettita, camminando in maniera goffa. Davvero fino ad oggi ero sceso tanto in basso? Non riesco a credere di non essermene accorto prima.

Mi avvio a passi svelti verso Piazza della Signoria e trovo Matteo ad attendermi vicino all’entrata del locale.

«Cazzo, Giacomo, mi dispiace! Ma non dovevi venire per me! Avrei potuto aspettare!» sbotta con una smorfia, passandosi una mano tra i capelli.

«Tranquillo, non ne valeva la pena!» rispondo scuotendo la testa, mentre ci avviamo dentro il bar.

«Era così brutta?» chiede guardandomi stupito.

«No, era senz’anima!» replico sorpreso dalle mie parole.

«Mica ti dovevi scopare l’anima, scusa!» insiste Matteo con un risolino, mentre ci sediamo. 

«Allora forse oggi non è la giornata adatta, chissà…» dichiaro, con l’aria di voler concludere il discorso alla svelta.

«Ehi, amico, ne vuoi parlare?» aggiunge, abbassando la voce.

«Non c’è niente da dire!» rispondo, con un risolino nervoso.

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