5
Aug
2016
0

Che cosa leggere, ora?

Negli ultimi tempi, sono alla continua disperata ricerca di una lettura che riesca ad emozionarmi, senza risultato.

I romanzi, quelli cosiddetti di narrativa, più o meno impegnati, risultano pesanti, la scrittura è cesellata e ricercata, ma spesso troppo introspettiva, in modo che i tempi e gli spazi narrativi si dilatano, facendo perdere di vista la trama, di solito drammatica e troppo simile al lato tragico della vita reale. Eppure, ho sempre amato le storie tristi, perché, nonostante tutto, lo stile degli autori era capace di catturare la mia attenzione, di coinvolgere i sensi e la mente, di trascinarmi in un viaggio immaginario dove i personaggi diventavano una parte di me, per la loro caratterizzazione approfondita, perché la descrizione delle loro vicende era talmente coinvolgente, da farmi immedesimare, partecipare, come se fossi accanto a loro, dentro la loro mente, il loro cuore, la loro anima. Ricordo ancora la prima volta che ho letto le Novelle di Giovanni Verga. Ero ancora un’adolescente, spensierata e sempre in vena di divertirmi. Eppure, le storie dei personaggi, sui quali si abbatte la malasorte e la disperazione, diventavano una parte di me, man mano che le parole scorrevano spietate, asciutte e crude sotto i miei occhi, assecondando quello stile di perfetta armonia compositiva  – che era frutto di un attento studio della lingua e della semantica, nonostante l’apparente semplicità! – che ha reso Verga uno dei maestri della nostra letteratura. Parteggiavo per quei poveri disgraziati e il loro dolore diventava il mio, suscitando il desiderio di rivalsa, alimentando la speranza che ci potesse essere per tutti un mondo migliore, anche se la realtà sembrava promettere il contrario.

librinews.it

E così ho continuato, pagina dopo pagina, con le opere della letteratura italiana, greca antica e latina, ma anche inglese, tedesca e anglo-americana, nelle varie epoche fino ai giorni nostri. Ho amato la poesia di Saffo, Alceo, Anacreonte, le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, la filosofia di Platone e Socrate, i carmi latini di Orazio e Catullo, e poi Lucrezio, Cicerone, Seneca… I poemi cavallereschi italiani e nordici. Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, fino a Manzoni, la poesia di Leopardi e Foscolo – i miei due poeti italiani preferiti – Svevo, D’Annunzio e poi i “miei” due capisaldi, Verga e Pirandello. Kafka e Goethe per la letteratura tedesca. Shakespeare, Wilde e la Austen per la letteratura inglese. Henry James per quella americana. Ma anche Madame Bovary di Flaubert, e Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier. Ovviamente, non è la lista completa, dato che, per via degli studi di letteratura, ho dovuto masticare di tutto, ma questi sono i must have più importanti della mia biblioteca personale.

Negli ultimi anni, non avendo trovato riscontri adeguati nella letteratura intesa in senso classico, mi sono avvicinata al genere romantico e leggero. Confesso che quando ero ancora adolescente, oltre alle letture “serie”,  ero una patita dei romanzi della collana Harmony. Storie scontate e banali, ma piene di ardore e passione, di amori travolgenti e del lieto fine assicurato. In pratica, storie che servivano a tirarmi su il morale durante le ore di relax o quando ero meno propensa ad impegnarmi in letture ‘serie’. Ho sempre ritenuto che non ci sia niente di male a leggere qualcosa di più leggero, perché, in ogni caso, ne ricavo comunque delle emozioni. E questo, secondo me, è il fine di ogni romanzo che si rispetti: far appassionare ai personaggi e far emozionare.

sulromanzo.it

In seguito, ho scoperto Tracy Chevalier, l’autrice de La ragazza con l’orecchino di perla, ma non solo; e poi Sophie Kinsella, con le spassose avventure di Rebecca Bloomwood, maniaca dello shopping. Lauren Weisberger, con Il diavolo veste Prada. Per non parlare della saga di Harry Potter della Rowling, che, come molti altri testi, ho letto in lingua originale. Apprezzo lo stile asciutto e conciso di Grisham, anche se non sono un’amante del genere. Purtroppo, non riesco ad apprezzare Stephen King, non tanto per il genere horror, quanto per la scrittura, che mi risulta spesso faticosa e troppo ridondante. A dispetto della poca affinità con il fantasy, ho amato molto la saga di Twilight, forse perché alla base c’è un amore profondo tra due ragazzi, capace di andare oltre ogni confine, perfino quello umano, e una scrittura ancora scevra da volgarità e scene di sesso esplicito. Come invece accade oggigiorno, a partire dalla trilogia di Cinquanta Sfumature – lettura pesantissima da portare a termine e con pochi sprazzi di rare emozioni! Ho proseguito con L’Amore bugiardo, che poteva essere un thriller originale, se non fosse scritto in modo volgare, spesso brutale, e se non avesse un finale davvero inverosimile. Per finire con La ragazza del treno, un mix micidiale di sbronze e dialoghi triviali, sesso e bugie, permeato da una cattiveria da far invidia ai peggiori criminali.

untitled2

Infatti, oggigiorno il tema dominante nella letteratura di ogni genere è la cattiveria, la violenza, le descrizioni minuziose di particolari cruenti, e l’odio, un odio feroce e immotivato, più che demoniaco, che sembra permeare tutti i testi, i thriller ma perfino i romanzi rosa. Qui, i personaggi femminili rispondono ai canoni classici del genere rosa, sono ragazze giovani, sfortunate in amore, che aspirano ad un lavoro di prestigio, che hanno amiche simpatiche, o un amico gay, dei genitori antiquati e un po’ rompiscatole, una vita monotona. Finché non incontrano il bello e impossibile, ricco e sicuro di sé, il sogno di ogni donna. Ma, invece di cadere ai suoi piedi, oppure, come succedeva in passato, invece di fargli abbassare la cresta usando l’intelligenza e la sottile arte femminile della seduzione – quella che non compromette la dignità, ma anzi la esalta! – la ragazza gli rovescia addosso le proprie frustrazioni, per sminuirne l’importanza, lo maltratta, lo schernisce, lo ridicolizza per farlo sembrare un essere inferiore, in una sorta di femminismo perverso ed estremo che la spinge ad odiarlo perché è maschio e suscita in lei desiderio; oppure, perché gli uomini sanno solo approfittarsi delle donne, senza essere capaci di provare dei veri sentimenti. Spesso le storie sono farcite di umorismo, o meglio, sarcasmo, che vorrebbe incitare alla rivalsa del genere femminile. In realtà, disprezzando i luoghi comuni, sminuendoli e criticandoli, se ne ricava l’effetto contrario. Infatti, quando, inevitabilmente, lui e lei si mettono insieme, per il canonico lieto fine, è lei quella che ha perso spessore e dignità – anche se si tenta di far apparire la donna come un’eroina che è riuscita a dominare il maschio recalcitrante – e non c’è nulla di ironico o comico nel fatto che fino ad allora si sia cercato di denigrare chi in realtà si desiderava fin dall’inizio. Così, si passa dalle ragazze perdutamente innamorate, che non fanno altro che sospirare e ripetere quanto è bello e perfetto il ragazzo che amano, a quelle che fanno la parte delle emancipate e delle indipendenti ad ogni costo, ma poi cadono come pere cotte ai piedi del belloccio di turno, a colpi di sesso sfrenato, descritto con dovizia di particolari, senza lasciare nulla all’immaginazione – non resta più neanche quella! – e di battute che vorrebbero essere salaci, ma risultano scialbe e volgari.

untitled

Però, quello che mi colpisce di più sono i commenti e le recensioni entusiaste; i lettori che si dicono divertiti, che dichiarano di aver terminato tutto d’un fiato storie che io a malapena riesco ad iniziare; che si definiscano innovative certe idee, quando invece appartengono ai canoni tipici del genere, più standardizzati che mai; che odiare ferocemente una persona sia da considerare uno scherzo di cui ridere; che annientare la dignità dell’individuo, seppure nella finzione letteraria, sia considerato un pregio; che il linguaggio crudo, volgare, sboccato, senza ritegno e senza freni sia ritenuto “fresco e frizzante” ; che storie inconsistenti e banali siano bollate come capolavori e casi editoriali; che opere pluripremiate siano apparentemente incomprensibili o estremamente di nicchia, con un linguaggio spesso alto, che lascia in secondo piano una trama-non trama, composta per lo più da riflessioni o descrizioni. Questo accade sia  per le opere di autori indipendenti che di autori con grandi case editrici alle spalle. Così come accade il contrario, e cioè che opere poco pubblicizzate, trovate per caso negli scaffali di una libreria o vendute a pochi spiccioli da un autore di self-publishing colpiscano nel segno, riuscendo ad emozionare attraverso una scrittura pregnante e fluida, che dimostra una profonda conoscenza della lingua e della sua struttura; attraverso la creazione di personaggi pieni di spessore e di carisma, dotati di cervello, anima e cuore;  attraverso una trama anche scontata ma resa vivace da episodi inaspettati e da colpi di scena. L’opera dovrebbe rappresentare un amalgama perfetto di questi ingredienti, per permettere a chi legge di immedesimarsi e, di conseguenza, emozionarsi, lasciando anche spazio all’immaginazione del lettore. Questo dovrebbe accadere, se il romanzo è davvero un romanzo.

Probabilmente, se avverto questo disagio è colpa della “deformazione professionale”: in qualità di scrittrice, sono abituata ad esigere sempre di più da me stessa, a non considerarmi mai soddisfatta, a cercare di migliorarmi ogni volta. Per questo, sono diventata più esigente anche come lettrice e quindi sono meno tollerante verso tutto ciò che di solito evito quando scrivo – della serie: “Non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te!”  Come, ad esempio, le traduzioni di libri stranieri, che trovo per lo più approssimative, a tratti mancanti di parole o addirittura frasi, più spesso incomprensibili. Per questo, ultimamente, l’unica boccata di ossigeno viene proprio dai romanzi in lingua originale, dove c’è più varietà e più scelta, e dove, tra l’altro, viene lasciato più spazio all’immaginazione, senza che sia per forza tutto esplicito. Ci sono più romanzi con un linguaggio meno violento e aggressivo, ma piuttosto garbato e, sì, anche umoristico, con doppi sensi e fraintendimenti e giochi di parole.

sololibri.net

Insomma, la letteratura dovrebbe essere come la sottile arte della seduzione, dove si deve lasciare qualcosa da svelare per rendere la situazione più intrigante e attirare la curiosità. Dove si usa la sensualità e non la volgarità esplicita; l’intelligenza al posto delle battute scontate e triviali; il sentimento vero invece delle facciate che vanno di moda. E dovrebbe esserci  più garbo, meno aggressività, ma non per puritanesimo o perbenismo: semplicemente perché, a mio avviso, l’opera acquista più valore, senza scendere nella trivialità, la trama è più consistente e il linguaggio deve essere inevitabilmente più ricercato e più curato, apparentemente semplice. Così anche una storia normale e banale, ma ben scritta, con personaggi ‘umani’, che non sembrino dei pazzi usciti dai manicomi, con la giusta dose di detto-non detto, e un adeguato equilibrio nella trama e nel linguaggio, può diventare un piccolo capolavoro, una piccola opera d’arte capace di regalare grandi emozioni.

Ti potrebbe interessare

“Il Diario di Giacomo”: un estratto
IL DIARIO DI GIACOMO
“Facce di QU”, la mostra di fine stagione del Fattore QU
L’arte di insegnare

Lascia un Commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi