23
Mar
2016
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“BLIND DATE – APPUNTAMENTO AL BUIO”

Dal 23 marzo è disponibile su Amazon il mio nuovo romanzo, BLIND DATE – APPUNTAMENTO AL BUIO (http://www.amazon.it/Blind-Date-Appuntamento-al-buio-ebook/dp/B01DBSNIR4/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1458749992&sr=1-1&keywords=blind+date), la prima commedia romantica, dopo la trilogia dedicata alle avventure della cameriera Elisabetta.

Stavolta ci troviamo a New York, e tutto inizia circa dodici anni fa, durante le feste di Natale. Rick e Mary si incontrano, o meglio, si scontrano, ed è amore a prima vista. Da quel momento, restano sempre insieme, si sposano e hanno dei figli. Finché le difficoltà della vita quotidiana mettono in crisi la loro stabilità. Il nuovo incarico di Rick al giornale per cui lavora, i suoi continui impegni, le partite di baseball, i problemi con i bambini e la carriera di Mary, accantonata per badare alla famiglia… Proprio Mary si ritrova ad affrontare da sola tutti questi problemi, oltre a una suocera severa e a una madre invadente, un vicino ficcanaso e un nuovo arrivato… Per cercare di risollevarle il morale, la migliore amica, Kate, proverà a distrarla in vari modi, e la iscrive persino a un sito, BlindDate, in cui si può chattare senza dare informazioni personali e senza mai rivelare nulla di privato, proprio come in un appuntamento al buio. All’inizio, Mary è scettica, ma poi si lascia convincere e comincia a interagire con un tipo misterioso, che sa leggerle nel cuore e riesce a darle la sicurezza che pareva perduta. Sarà l’Amore a giocare con il destino, riservandole un inaspettato… appuntamento al buio!

 

 

Blind_Date_v6

Copertina di ALESSANDRO BIANCHINI

PROLOGO

20 Dicembre 2003

 

Sono esausta. Sono ore che vago per la città in cerca di qualcosa di particolare, ma non ho trovato nulla. Insomma, sono a New York, non nello sperduto paesino della Calabria da dove viene mio nonno. Ci dovrà pur essere un regalo adatto a mio padre!

Mi fa male la schiena, sotto il peso di tutti i pacchetti e i sacchetti pieni di doni, da mettere sotto l’albero, per la mia famiglia e i miei amici. E questi maledetti stivali all’ultima moda, con la punta e i tacchi alti, mi stanno massacrando i piedi! Colpa della mia amica Kate e della sua mania di farmi sentire antiquata, se non indosso quello che, a suo dire, fa tendenza.

Appoggio per terra tutti i pacchetti, solo il tempo necessario per riprendere fiato e massaggiarmi le ossa indolenzite con l’unica mano rimasta libera. Chiudo gli occhi e mi sfugge un sospiro. Un lieve senso di impotenza comincia a insinuarsi dentro di me. Non ce la posso fare: non ci sarà mai niente all’altezza di mio padre, niente che sia in grado di ammorbidirlo e convincerlo ad accettare la mia decisione.

Questi turbolenti pensieri vengono interrotti bruscamente dal suono dello smartphone, perso da qualche parte dentro la borsa. Mi metto a frugare, promettendo a me stessa, per l’ennesima volta, di togliere ciò che non serve, non appena arriverò a casa. Anche se so che non lo farò mai.

Dopo che il motivetto della suoneria si è ripetuto almeno dieci volte, riesco a rispondere. È Kate.

«Allora, sto per uscire da questa prigione! Che ne dici di una cena cinese?» chiede con il suo solito entusiasmo.

«Kate, sono ingombra di fagotti e dovrei passare prima da casa…» provo a protestare.

«Ok, allora ci troviamo là fra un paio d’ore. Adesso devo andare in palestra. Dovresti venire anche tu: c’è un nuovo istruttore che ti potrebbe piacere!» ribatte, senza neanche scomporsi.

«Sì, manca solo l’istruttore nella mia vita! Per favore!» obietto risentita.

Oltre alla fissazione per la moda, infatti, Kate si è messa in testa di trovarmi un fidanzato a tutti i costi. Ogni sera mi trascina in locali diversi, tentando di farmi avvicinare a questo o a quel ragazzo, presentandomi amici e colleghi, anche se negli ultimi tempi ha incontrato un tizio che le piace parecchio e la distrae un po’ da questo assurdo intento.

«Uff! Sei proprio un’ingrata! Io cerco di farti divertire e tu mi rimproveri sempre e non ti sta mai bene niente!» si lamenta, sbuffando.

«Non è vero! È solo che non riesco a trovare il regalo per papà e vorrei che fosse speciale, lo sai perché!» replico, convinta. All’improvviso, mi sento stanca. «Sai che ti voglio bene e apprezzo quello che fai per me, ma ora ho altro per la testa!» aggiungo con sincerità.

Per fortuna, Kate non riesce ad essere adirata per più di cinque minuti, così riprende subito il suo tono allegro e continua:

«Sì, forse hai ragione! Ma vedrai che troverai quello che cerchi, prima o poi! Domani sarò libera nel pomeriggio e potrò aiutarti!»

Oddio! Non posso fare a meno di alzare gli occhi al cielo e invocare l’aiuto divino. Se verrà con me, mi trascinerà nei posti più improbabili, sottoponendo alla mia attenzione gli oggetti più strampalati e inutili. L’ultima volta, per il compleanno di una nostra amica, che vende pesce ai mercati generali, voleva comprare un set completo di deodoranti per la persona e per la casa, comprensivo di candele profumate.

«Non possiamo regalarle questa roba! È come se le dicessimo esplicitamente che puzza di pesce!» avevo provato a protestare.

«Invece, secondo me, faremo un figurone! Non vedi che bella confezione regalo? E poi c’è anche il quaranta per cento di sconto!» aveva ribattuto convinta. Ero riuscita faticosamente a dissuaderla, inventandomi di sana pianta che, in confidenza, avevo saputo di una borsa che sarebbe piaciuta alla festeggiata.

Così, anche adesso, spero di trovare un pretesto per impedirle di venirmi dietro domani.

«Va bene. Ci vediamo dopo,» taglio corto.

Rimetto il telefono in borsa, raddrizzo la schiena e distribuisco il peso dei pacchetti da entrambe le parti. Sono nei pressi del Rockfeller Center e vengo abbagliata dalle luci, dagli addobbi e dalle decorazioni, dal vociare allegro dei bambini, dal rumore del traffico, dalla musica natalizia, che si diffonde ovunque, dal clamore delle chiacchiere a voce alta e dello scambio di auguri, nella ressa di gente che affolla i marciapiedi, mi spinge, mi strattona, mi urta. Non sento neanche il freddo, nonostante la neve, caduta due giorni fa, sia ancora ammucchiata ai lati della strada. Nuvole di vapore escono dal naso e dalla bocca, mentre accelero il passo, intanto che le borse frusciano. Non è facile camminare con tutti questi fardelli, in mezzo a tante persone e guardare le vetrine, mentre cerco di pensare alla svelta.

Svolto verso una delle strade secondarie per evitare di inciampare e urtare continuamente su qualcuno, quando, all’improvviso, da lontano, scorgo una bottega di oggetti artigianali e da collezione. Ci sono modellini di automobili, treni, aerei, tutti rigorosamente in scala e riprodotti in maniera fedelissima all’originale. E, in fondo, eccolo! Il cuore mi salta in gola e non sto nella pelle dall’emozione. In alto, su tutti, svetta l’Amerigo Vespucci, la nave scuola italiana famosa nel mondo. Papà ha una vera fissazione per questa imbarcazione, si vanta come se fosse opera sua e racconta ogni volta degli aneddoti riguardanti il bisnonno, che era stato il braccio destro dell’ammiraglio. Ha sempre espresso il desiderio di comprarsi un modellino, ma ne ha solo uno, molto piccolo e con qualche ammaccatura. Quale migliore occasione per me, adesso, visto che devo cercare di ammorbidirlo?

La folla mi impedisce di avvicinarmi, ma mi faccio strada a forza, con lo sguardo fisso sulla nave, per paura che possa sparire, se distolgo l’attenzione. Sono così felice, che vorrei urlare e, nell’euforia, mi muovo come un rullo compressore, senza badare a chi o cosa vado incontro. Alla fine, però, qualcuno mi dà una spinta troppo forte e il contraccolpo non viene ammortizzato dagli stupidi tacchi dei miei stivali, così, perdo l’equilibrio e finisco addosso al muro, mentre cerco disperatamente di salvare i miei pacchetti.

Con una gamba incastrata in una vetrina e il ginocchio dell’altra a terra, mi ritengo fortunata per non essere stata scaraventata dal lato opposto, in mezzo alla strada, piena di auto. Controllo per assicurarmi di non aver perso niente, intanto che provo a ridarmi un contegno, quando un buon profumo di fresco investe le mie narici e una mano si tende davanti al mio viso e mi costringe ad alzare lo sguardo.

«Mi dispiace! Andavo di corsa e non ho potuto evitare lo scontro! Ti sei fatta male?» mormora la voce più suadente che abbia mai sentito.

La voce appartiene a un ragazzo sui trent’anni, con morbidi capelli scuri ricci, un viso gentile, un sorriso aperto e sincero e lo sguardo di un azzurro così intenso, da farmi mancare il respiro. Per qualche istante, non riesco a muovermi, né a rispondere, tanto sono colpita da questo sconosciuto. Poi, mi rendo conto di quanto sia ridicola, a starmene lì, per terra, in una posizione assurda, a fissare chi mi ha urtato, mentre mi sta offrendo la mano per rialzarmi. Mi riscuoto subito, prendo timidamente la sua mano calda e mi lascio aiutare.

«No, non devi scusarti. È anche colpa mia, che non stavo guardando dove mettevo i piedi!» biascico in imbarazzo, scrollando rumorosamente la carta dei pacchi.

Solo ora mi ricordo della nave e, d’istinto, la cerco subito con gli occhi. Lo stomaco ha un vuoto d’aria e non posso fare a meno di sussultare: c’è ancora, per fortuna e mi lascio sfuggire un sospiro di sollievo.

«Ottima scelta, per un regalo! Il tuo fidanzato ne sarà entusiasta!» aggiunge lo sconosciuto con un sorriso, dopo aver seguito il mio sguardo.

«Non è per il mio fidanzato. È per mio padre,» mi affretto a precisare.

Mi chiedo perché mi sono sentita in dovere di dare delle spiegazioni a un estraneo. È proprio inspiegabile. Così, decido che è meglio andare subito a comprare il veliero e togliermi da qui alla svelta. Ma è come se una forza misteriosa mi costringesse a indugiare per qualche motivo, in attesa di chissà quale segnale.

Mi costringo ad alzare lo sguardo e a tendergli la mano, per congedarmi, senza apparire scortese.

«Grazie dell’aiuto!» declamo in tono solenne, con il più formale dei sorrisi.

Lui stringe piano la mia mano, trattenendola con una presa leggera, mentre i suoi occhi rapiscono i miei. È come se mi avesse ipnotizzata o stregata, non sono più capace di intendere o volere. Mi sento stupidamente felice di essermi perduta. Vorrei che questo istante non finisse mai e il solo pensiero di non rivederlo più mi fa stare male. Eppure, non mi era mai capitato prima, specie poi con un perfetto sconosciuto, di cui non so neanche il nome e che ho appena incontrato!

«Vorrei offrirti un tè, per farmi perdonare e per riscaldarti! Stai tremando!» mi propone gentilmente, senza staccare gli occhi dai miei e stringendo la mano con una presa dolce ma salda.

In realtà, non sto tremando per il freddo, ma per l’agitazione e per una strana euforia che sfarfalla nello stomaco.

«Ovviamente, se non hai altri impegni. E dopo aver comprato quella nave, prima che qualcuno ti preceda!» prosegue, con un sorriso disarmante.

Sorrido anch’io, e annuisco.

«Io sono Rick,» aggiunge, stringendomi di nuovo la mano.

«Io sono Mary,» rispondo, abbandonandomi alla sua presa.

Ci avviamo insieme dentro al negozio, in silenzio. Quando usciamo, non so se sono più felice per aver acquistato la nave, o perché lui è ancora con me. Si offre di aiutarmi a portare i pacchetti e, dopo un breve tratto, entriamo al Pink Butterfly, un locale dalle luci soffuse e dall’aria intima e familiare, mentre in sottofondo le voci più famose d’America intonano i canti di Natale.

Iniziamo a parlare come vecchi amici, senza accorgerci del tempo che scorre e delle persone intorno a noi. È come se ci conoscessimo da sempre e non fossimo mai stati lontani, né estranei. Esistiamo solo io e lui, in questa splendida, magica atmosfera. E mi dimentico tutto, i problemi, il lavoro, la famiglia e perfino l’appuntamento a cena con Kate.

 

1.

20 Agosto 2015

 

«DAIIIIIIIIIIIII! IL BICCHIERE E‘ MIO, LEO! MAMMAAAAA!»

Questa è la voce da soprano di Stella, che credo avrà una brillante carriera come cantante o, in alternativa, come venditrice ambulante.

«NOOOOOO! E’ MIOOOOOO!»

Ecco Leo, che, in questo periodo, è convinto di essere Hulk e vuole spaccare tutto e tutti quelli che gli capitano a tiro. Adesso è diventato paonazzo dalla rabbia e si è disteso sulla tavola per strappare di mano alla sorella il bicchiere, che pretende sia suo.

«SIIIIIIII! DAI! DAI! DAI!»

L’ugola d’oro di Jenny si aggiunge al coro, con tanto di entusiastici gridolini per l’atmosfera da circo che si è creata in casa.

«Li vuoi far star zitti, per favore, Mary? Ho dieci minuti per mangiare al volo questo boccone, e non posso perdere tempo!» chiede Rick a denti stretti, lanciandomi un’occhiata disperata, intanto che controlla i messaggi sull’ I-Phone.

Mary, Mary, Mary, mamma, mamma, mamma…

Mentre sfreccio nell’ingresso, dove ero andata a sistemare libri e giocattoli abbandonati qua e là – prima che Rick li veda e ricominci a borbottare che in questa casa non c’è disciplina, ma solo caos – vedo per un istante la mia immagine allo specchio. Sono rossa, accaldata, spettinata, con due profonde occhiaie dovute alla stanchezza, la maglietta si è alzata da una parte e c’è una macchia di sugo proprio sul lato sinistro. Chiudo gli occhi e passo oltre, senza pensarci. Ho altro a cui badare, ora. Devo servire il secondo a Rick, devo sedare la rissa tra Stella e Leo e devo convincere Jenny ad andare in camera per dormire un po’, compito alquanto difficile, se non impossibile.

 

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